Finding Elpide – un rompicapo sulle tracce della poetessa latina

A volte mi capita che un’opera mi susciti una curiosità incontrollabile ed insaziabile. Stavolta mi è successo con un rilievo custodito al Museo Regionale di Messina: un profilo grafico scolpito nel marmo candido, curve nette ma delicate delineano il volto di Elpide. Questo il nome riportato sulla didascalia affissa lì accanto, e incisa in greco sulla stessa pietra. Pezzo del XV secolo attribuito a Mino da Fiesole.

La didascalia parla di suo marito, Severino Boezio, del suo primato, la prima donna ad aver scritto delle odi cristiane in latino, e della fama dei suoi scritti ancor oggi adottati dalla Chiesa per le celebrazioni in onore di San Pietro e San Paolo. Una poetessa messinese vissuta nel V secolo, appartenente alla Gens nobilitata da Cesare, la Octavia, la prima donna ad aver scritto dei versi cristiani in latino, sorella di Faustina, madre di San Placido e Compagni martiri. Mi dispiace quasi di non aver saputo prima dell’esistenza di una mia concittadina così illustre, e vorrei saperne di più sul suo conto.

Torno a casa e la cerco su Google.

La prima pagina che compare è, come volevasi dimostrare, Wikipedia: ed è subito caos! So bene che le informazioni su wiki vanno prese con le pinze, ognuno può metterci lo zampino con ipotesi personali o teorie non comprovate da studi rispettabili, ma leggendo trovo sempre più domande e nessuna risposta. Scorro diverse pagine internet e più sono le informazioni che trovo e maggiori sono gli elementi di conflitto, sembra non ci sia nessuna certezza sul suo conto: studiosi più o meno importanti la fanno nascere tra Trapani e Palermo, nessuno di loro individua un anno esatto a cui far risalire la sua morte, in tanti parlano del suo epitaffio di cui però è difficile stabilire se sia rimasto nel suo luogo di sepoltura o la lapide sia stata trasferita presso la tomba del marito a Pavia. Si parla inoltre di una tradizione letteraria che la vorrebbe sorella di Faustina, non di una parentela certa.

Provo delle ricerche incrociate approfondendo su Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, e non ne compare nemmeno il nome come sua sposa, il suo posto viene preso da una certa Rusticana figlia di Quinto Aurelio Memmio Simmaco della famiglia dei Symmachi. Nella gran parte dei casi il suo nome non compare affatto, neppure sulla Treccani.

Su di una cosa sono comunque tutti d’accordo, la bontà dei suoi scritti: lo studioso siciliano Biagio Pace ha scritto: “La fiamma della fede cristiana rischiara or­mai la nuova poesia”e il poeta spagnolo Lope de Vega sostenne che si deve ad Elpide l’invenzione dell’eptasillabo. L’unica costante è la maturata fama di  coppia santa e sapiente che precede in ogni occasione i nomi di Elpide e Boezio.

Mi imbatto finalmente in un fonte critica decisamente valida, uno scritto della Dott.sa Alessandra Migliorato, critica e storica dell’arte della quale ho seguito alcune conferenze. Esaminò il rilievo del Museo Regionale di Messina, durante una giornata di studi del 2010 dedicata al ritorno del ritratto dopo un difficile restauro. Ne leggo le prime pagine, e già scopro parte della magagna, il motivo di questa confusione e approssimazione di elementi sulla vita dell’autrice latina. Vuoi vedere che dopo la fandonia di San Raineri “romitello” farista*, “Placidino” ne ha combinata un’altra?!

Una delle più importanti e complete cronache della citta messinese, adottata spesso da storici e storici dell’arte come fonte autorevolissima e indiscutibile, è l’”Iconologia della Gloriosa Vergine Madre di Dio Maria protettrice di Messina” di Placido Samperi edita nel 1644. Nel capitolo XV narra

“…furono anche messinesi l’illustrissime sorelle in pietà e santi costumi Fausta o Faustina moglie di Tertullo, Senatore Romano, e madre de’ Santi Martiri Placido, Flavia, Euticchio e Vittorino ed Elpide, moglie di Severino Boezio, cotanto lodato dagli storici.”.

Alessandra Migliorato è conscia del costante clima di rivalità tra Messina e Palermo sotto la dominazione spagnola: per aggiudicarsi la corona di città capitale dell’isola, i capoluoghi gareggiavano su quale di queste avesse dato i natali a più letterati ed eroi, su quale avesse lasciato un segno nella storia più evidente e determinante, e molte celebrazioni in onore delle origini della citta nacquero proprio durante questi secoli per nobilitarne la storia e la fondazione, e figurare più meritevoli di rispetto e privilegi da parte del re.

“L’interesse del gesuita è dovuto al fatto che, oltre ad essere una celebre poetessa, Elpide era ritenuta importante in rapporto al culto religioso: a partire dalla metà del XV secolo – quando il canonico della Cattedrale Nicolò Coxa ne aveva scritto in relazione a San Placido (1466) – si era formata una tradizione letteraria cittadina che la identificava come discendente della gens Ottavia, moglie di Severino Boezio e sorella di Faustina, ossia la madre di San Placido. La sua figura costituiva, quindi, un elemento di congiunzione ideale fra i santi peloritani e il celebre filosofo e martire romano Boezio, e la sua valorizzazione si innestava all’interno di un piano generale di glorificazione civica, che aveva i suoi cardini nel culto dei santi Placido e compagni, da un lato, e della Madonna della Lettera dall’altro. Tutto ciò appariva finalizzato ad accreditare Messina al cospetto della corona spagnola e, per raggiungere tale obiettivo, la letteratura municipalistica del XVII secolo tendeva ad enfatizzare il primato della città rispetto alle altre realtà isolane, non risparmiando sferzate polemiche nei confronti delle presunte rivali.”

Questo il passaggio del testo in cui lo smaschera. Trova comunque gran giovamento nella consultazione dell’Iconologia, nello stralcio in cui il gesuita descrive la provenienza dell’opera custodita nel MuMe: a gran richiesta del senato messinese, il ritratto fu donato alla città dal Collegio della Compagnia del Gesù di Palermo dove era custodito, per essere esposto nella sala del Palazzo Senatorio presso la quale si negoziavano gli affari pubblici, dove fu collocato assieme ad alcuni mezzibusti di altri personaggi illustri dell’antichità. In questa occasione fu scolpita alla base del busto l’epigrafe che ne ricorda trasferimento e collocazione. Appena giunta in città, l’Elpide fu ritenuta una scultura risalente al periodo dell’autrice, un po’ per scarsa conoscenza, un po’ per entusiasmo, e un po’ per avvalorare le nobili discendenze della cittadinanza messinese. Interessantissima anche la nuova proposta di attribuzione del marmo, dapprima attribuito da Maria Accascina a Mino Da Fiesole e che alla luce di questo studio sarebbe invece da annoverare tra i lavori di Vincenzo Grandi. Quanto all’iconografia, l’ottimo lavoro della Dottoressa Migliorato porta ad una chiave di lettura, che non sarebbe affatto piaciuta a Placidino nostro:

“…traducendo diversamente l’iscrizione greca […] e cioè, interpretando Elpide e Boezio non come nomi propri, ma come termini comuni, quindi non «Elpide, quella di Boezio», ma come «la speranza, quella di colui che soccorre»”.

In greco ελπίδα (elpida) significa Speranza. Potrebbe essere l’effige di una delle virtù teologali e non il volto della poetessa classica.

Quindi? Elpide è esistita oppure si tratta di una montatura propagandistica? Se è esistita, è messinese, palermitana o trapanese? E’ stata una donna di nome Elpide o Rusticana a sposare Boezio? Era davvero la sorella di Faustina? Morì prima o dopo suo marito? E la sua epigrafe si trova a Roma o a Pavia?

Ad ognuna di queste domande ho trovato risposta in un testo di poco più recente dell’Iconologia: Delle notizie istoriche della città di Messina nell’Accademia della Fucina dell’Offuscato, lo pseudonimo di Placido Reina (e con questo abbiamo fatto tris di Placidi in un solo articolo). Come per tutti gli altri tomi, al secondo della collana, affronta la narrazione della storia della città, coeva ad Elpide, dedicandosi attentamente a chiarire ogni fraintendimento. Egli stesso sembra esser confuso quanto me da queste informazioni un po’ arraffazzonate, così, con il fare scientifico tipico di medici, seziona dato per dato, avvalorandolo o confutandolo, fonti autorevoli alla mano. Si tratta di uno scritto eccezionale che riporta stralci di volumi e incartamenti molto ardui da reperire. Scevro di ogni pendenza politica o interesse personale, Reina sembra quasi mi abbia letto nel pensiero e risposto ad ogni mia domanda.

“D’Elpi, o Elpide abbiamo il comun consentimento che sia stata Siciliana: ma oltre a ciò antica è appresso noi la fama d’essere cittadina Messinese, di che pure se ne trova il ricordo in uno antichissimo M. S. in pergamena, che tuttavia si conserva nel Tesoro della Città”. Segue citazione integrale di Giraldus Cambrensis che esaminò il documento riportandone i dettagli. Ora sappiamo che è esistita e che era messinese, ma non ci è noto il nome del progenitore nobilissimo dal quale discende.

Era la sorella di Faustina? Egli stesso presenta qualche dubbio sulla loro parentela, così cita il passo in cui l’illustre e dotto Villadicani ne propone l’eventuale familiarità, precisando che egli non la dichiara come certa, ma le deduce la possibilità, probabilmente, depistato dal sincero rapporto d’amicizia tra Boezio e Tertullo, marito di Faustina.

Quindi era la moglie di Boezio? “Del marito pure d’Elpide veggo esservi qualche diversità d’opinioni; perché alcuno pensò ch’ella non fosse stata moglie di Ancio Manlio Severino Boezio il filosofo; ma d’un altro Boezio Severo Torquato Romano”. Si persuase che questo scambio di persona si sia verificato in quanto fosse più conosciuta la sua seconda moglie, Rusticana. Reina avanza la logica ipotesi che Severino Boezio sia rimasto vedovo di Elpide, anticipando la data della morte della poetessa, datata finora al 540 circa. Non poche fonti trovate dall’Offuscato, narrano di come Ancio Manlio Severino Boezio abbia amorevolmente voluto ed ottenuto che la propria moglie fosse sepolta tra gli illustri del tempo, presso la Basilica di San Pietro a Roma.

Il filosofo è tutt’oggi sepolto alla chiesa di San Pietro in Ciel d’oro, nella stessa città in cui Teodorico lo fece incarcerare e decapitare, Pavia. Ricoprendo la carica di consigliere dell’imperatore, per la sua comprovata saggezza e la sua carriera consolare, non fu esentato dai sospetti di congiura dell’imperatore e finì per essere   sospettato di tradimento alla sua corona. Trovò la morte nel 526.

Si evidenzia a questo punto la necessità di far chiarezza, e Placido Reina ci riesce efficacemente riportando sulle sue pagine un piccolo schema cronologico.

  • Nacque Boezio nell’anno del Signore             455
  • Ritornato da Atene si casò con Elpide             480
  • Fu consolo la prima volta                                 487
  • I suoi figlioli Patrizio e Ipazio Consoli            500
  • Elpide muore                                                    504
  • Fu consolo la seconda volta                             510
  • Si casò la seconda volta con Rusticiana           511
  • Fu consolo la terza volta con Simmaco suo suocero       522
  • Fu dicapitato dopo il suocero, e posto nel numero de’ Santi Martiri 526

E’ chiaro adesso che la data della morte della messinese è da collocare al 504, che fu la moglie di Boezio precedente a Rusticiana, che diede al marito due figli dalla brillante carriera politica e che fu amorevolmente sepolta tra i grandi letterati dell’epoca nei portici della Basilica Vaticana.

L’ epigrafe della sua sepoltura è stata studiata da Raffaele Araneo nel saggio Epigrafia Monumentale Vaticana – Dalle necropoli alla Basilica di San Pietro, dal quale estraggo il testo, la traduzione e le note:

HELPIS DICTA FVI SICVLAE REGIONIS ALVMNA

QVAM PROCVL A PATRIA CONIVGIS EGIT AMOR

 QVO SINE MAESTA DIES NOX ANXIA FLEBILIS HORA

 NEC SOLVM CARO SED SPIRITVS VNVS ERAT

 LVX MEA NON CLAVSA EST TALI REMANENTE MARITO

 MAIORIQUE ANIMAE PARTE SVPERSTES ERO

 PORTICIBVS SACRIS IAM NON PEREGRINA QVIESCO

 IVDICIS AETERNI TESTIFICATA THRONVM

 NE QVA MANVS BVSTVM VIOLET NISI FORTE IVGALIS

 HAEC ITERVM CVPIAT IVNGERE MEMBRA SVIS

 VT THALAMI TVMVLIQVE COMIS NEC MORTE REVELLAR

 ET SOCIOS VITAE NECTAT VTERQVE CINIS

Fui chiamata Elpide, di origine sicula, che l’amore del coniuge portò lontano dalla patria; senza di lui il giorno sarebbe stato triste, la notte ansiosa, l’ora triste; eravamo un solo corpo ed una sola anima. La mia luce non è spenta rimanendo un tale marito; sopravvivrò per la maggior parte dell’anima. Riposo come straniera nei sacri portici testimone del trono del giudice eterno; affinché nessuna mano, se non coniugale, violi il luogo di sepoltura, di nuovo voglia congiungere queste membra alle sue, perché compagna del talamo e del sepolcro io non sia annullata dalla morte ed entrambe le nostre ceneri leghino i compagni di una vita

ICUR, 02, 4209; ILCV, 3484; elegante epigrafe in distici elegiaci di una non meglio identificata Elpide, di probabile origine greca, stante il nome ἐλπίς (speranza), che dalla Sicilia seguì il marito che la volle deporre nell’atrio della Basilica Costantiniana; cfr. ECV-1, p.30. Secondo il CIL, si daterebbe al V sec. Il termine bustum da buro, uro o comburo, (brucio), cui corrisponde τύμβος da τύϕω, serviva ad indicare il luogo dove i cadaveri venivano bruciati e sepolti, mentre quella di monumentum specificava la parte esteriore della tomba, comprendente la statua o l’epitaffio posti sulla sepoltura. In senso traslato la parola “busto” verrà poi impiegata per significare l’effigie di una persona. 

Era dunque volontà di Elpide rimanere a fianco del marito anche dopo la morte, anche in forma di cenere, ma non furono mai riavvicinati.

Sperando di aver fatto un po’ di chiarezza, vi lascio alla lettura dei versi raccolti nel De consolatione philosophia di Boezio, che le furono attribuiti dal Cardinal Giuseppe Maria Tomasi e tradotti da Benedetto Varchi.

Aurea Lux

Di bella eterna luce

E di color vermiglio, astri gemelli,

In questo dì, che le serrate porte,

Mercè di vostra gloriosa morte,

Di perdon apre ai peccator rubelli,

E terra, e Ciel riluce.

Portinajo del Cielo,

E maestro del Secol folle, e rio,

Ambidue de’ mortai giudici, e guide,

L’uno, e l’altro di voi alto s’affide;

Or che la Croce al’un rapìo

La spada il terren vela

Di supplichevol core

Clemente odi le preci, e i lacci rei,

Con quella man ricca di tal virtude

Sciolgi, che a tutti il Cielo e terra, e schiude

Tu con la tua voce l’Alme o danni, o bei

O Pietro almo pastore.

Correggi gli usi nostri,

Paolo maestro, e fa, che nostra mente

Poggi felice ale magion celesti;

Finchè la su voliam rapidi, e presti

Scevri dala rìa salma, e chiaramente

Qual’è Dio ci si mostri.

O germogli d’Oliva,

Cresciuti al paro, e di bei frutti carchi,

Deh fede, e speme, ognora ci mantenga:

Nè mai la doppia Carità si spenga,

Onde quando sarem del corpo scarchi,

Vita godiam giuliva.

Ognora a Dio si dia

Diviso in tre persone, uno in essenza

Onor, e gloria, e potestate eterna.

Egli è, che creò ‘l tutto,

E che ‘l governa

Né passò mai, né passa di lui senza

Il tempo, e così sia.

***

Felix per omnes

Angol non è del mondo

Che in questo dì di doppie palme misto

Di Pietro, e Paolo lieto non festeggi,

I quai col sangue mondo

Sacrati, che dal corpo uscìo di Cristo,

Premon di Chiesa Santa i primi seggi.

Son questi le due Olive,

E i vaghi Candelier, che in faccia a Dio

Mandan le chiare lor eterne luci

Lumiere ognora vive

Son di là su: sciolgono il laccio rio,

E per le vie del Ciel ci fanno i Duci.

Col suon di lor favella

Le porte fatte di smeraldi, e d’oro

Chiuder ponno od aprir, e le divine

Belle stanze di quella

Magion: chiave è del Ciel la lingua loro,

E le larve, oltre caccia ogni confine.

Di catene ( oh stupore!)

Mercè del Ciel Pietro vi ruppe i lacci,

Custode dell’Ovil, comun maestro,

Del bel Gregge Pastore:

Ei le sue pecorelle ai crudi impacci

Toglie dé lupi coraggioso, e destro.

Quel ch’egli in su la terra

Forte v’allaccia, sia legato ancora

Là sovra agli Altri: e là più sciolto resta

Quel, che quaggiù disserra:

Ei giudice d’ognun sedrà in quell’ora,

Che ogni piaggia arderà fiamma funesta.

Paolo va lui del paro

Maestro delle genti, e vaso eletto

Compagno nella morte, e in la Vittoria.

Ognun di splendore chiaro

Alluma e terra, e Ciel col bel suo aspetto,

Eterno del Chiesa, e Duce, e Gloria.

Ben tu, Roma felice,

Tinta del chiaro sangue ora ti godi

di due sì grandi, ed onorati Eroi,

Non ha ‘l Mondo Pendice

Che a te venga del par, non per tue lodi:

Solo per merito de’ custodi tuoi.

Dunque voi, gloriose

Alme di Pietro, e Paolo, eletti Gigli,

Dela corte del Ciel forti Campioni

Deh non ci sìen nascose

Le grazie vostre, e dai mortai perigli

Scevri n’andiam, alle del Ciel magioni.

Gloria a Dio Padre eterna,

Onor, e impero a Te, Figlio divino,

Potestà al Santo Spirito ognor si dia:

In quella alta superna

E in questa bassa fede all’uno, e trino

Nume immortal per sempre, e così sia.

***

Decora Lux

La bella luce dell’eternità irrigò

con beati raggi l’aureo giorno

che corona i Principi degli Apostoli

e (che) ai peccatori in cielo apre una libera strada.

Il Maestro del mondo e il Custode della porta celeste,

Padri di Roma e Arbitri delle Genti,

vincitore quello per (morte) di spada, questo per morte di croce,

siedono nel convivio della vita (eterna), ornati di alloro.

O beato pastore Pietro, accogli clemente

le voci dei supplici e le catene dei peccati

sciogli con la tua parola, a cui (è) attribuito il potere

di aprire alle terre il cielo (e, se) aperto, di chiuderlo.

O egregio dottore Paolo, insegna le leggi

e i nostri spiriti attira con te al cielo,

fin quando l’oscurata fede scorga il mezzodì

e la sola carità regni a somiglianza del sole.

O Roma fortunata, che sei consacrata

col glorioso sangue dei due Principi,

(e) imporporata col loro sangue:

solo per ciò sovrasti le altre bellezze del mondo.

Sia gloria eterna,

onore, potenza e giubilo alla Trinità,

che in unità ogni cosa governa

per tutti i secoli dell’eternità.

*per disincantarvi da questa fiaba intavolata da Placido Samperi, consiglio la lettura di Ex aqua – Il braccio di San Raineri di Sergio Bertolami e Rosa Manuli edito da Experiences nel 2011

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Bibliografia e Sitografia

4 pensieri su “Finding Elpide – un rompicapo sulle tracce della poetessa latina

  1. Ho trovato il contributo molto interessante e ben scritto, ma ammetto che mi ha sollevato ulteriori dubbi poiché la data di nascita di Boezio è collocata, in tutte le fonti che sono riuscita a trovare, tra 475 e 480. Sembra che il padre sia morto quando Boezio era ancora bambino e che per questo egli sarebbe stato affidato ad un’altra famiglia, pare quella di Q. Aurelio Memmio Simmaco, di cui avrebbe poi sposato la figlia, Rusticiana. Anche Simmaco fu condannato a morte da Teodorico con l’accusa di tradimento, in anni simili a quelli in cui morì Boezio.
    Si ha notizia che i figli di Boezio e Rusticiana, chiamati a loro volta Boezio e Simmaco furono consoli nel 522, ancora adolescenti. Inserire il matrimonio con Elpide in tale cronologia crea non poche difficoltà.

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    1. Ciao Maria, in effetti ciò che ha mandato in tilt la ricostruzione dei fatti è proprio la data presunta di nascita di Boezio, e l’assenza di notizie del suo precedente matrimonio nelle fonti più note e ritenute più affidabili. E’ una matassa da sbrogliare, su cui tanto ci sarebbe da ricercare e studiare. Nel mio piccolo ho ricostruito i fatti attraverso la campana di Placido Reina, che spesso viene snobbato dai più, ma che dati i testi a fronte che riporta per ogni sua affermazione ritengo degno d’interesse. Spero di aver smosso un po’ le acquee purchè venga approfondita la storia di questi due personaggi, guardandoli da più direzioni, anche quelle più insolite.

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