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L’ultima opera di Sartorio – i Mosaici del Duomo di Messina

Credo che nel momento in cui vi si chieda di pensare ad una chiesa tempestata di mosaici, vi vengano subito in mente un paio di opzioni di arte arabo normanna del palermitano e i meravigliosi battisteri ravennati, ma mai al Duomo di Messina. E allo stato dei fatti avete pianamente ragione, ma se in passato le cose fossero andate in maniera diversa… Si parla di mosaici per il duomo di Duomo di Messina già dalla fondazione della chiesa stessa, discussione che ha coinvolto numerose personalità storiche. La prima particolarità di questa storia è che presenta il suo culmine nel secolo scorso… si, mosaici in una cattedrale nel XX secolo. Anacronistico? No… Utopistico.

La chiesa simbolo della città peloritana fu costruita sul tempio bizantino, distrutto e sostituito da una moschea durante la dominazione araba, che a sua volta venne distrutta con la sua cacciata in epoca normanna. I “liberatori” successivamente posarono la prima pietra per la magnifica cattedrale che oggi è il Duomo. Alla presenza della Regina Costanza e di Enrico VII di Svevia si inaugura nel 1197 la basilica, di cui ancora oggi ricalca la pianta. Sicuramente sarebbero cominciati di lì a poco i lavori per la decorazione musiva degli interni ma un incendio durante il funerale del Re Corrado I nel 1254 ha mandato tutto in malora. Abbiamo contezza solo dei mosaici dei tre absidi, in parte arrivati fino a giorni nostri. Di tutta la serie di monta, smonta, distruggi e ricostruisci dei secoli a seguire vi parlerò in un’altra sede, perché è un susseguirsi di eventi davvero contorto.

Facciamo un salto nel tempo e arriviamo al secolo scorso, quando nel 1908 la citta viene devastata dal terremoto (e conseguente maremoto) che l’ha rasa al suolo insieme a Reggio, con conseguenze catastrofiche per ogni edificio e migliaia di morti. La successiva corsa alla ricostruzione mobilitò tutta la penisola, e ciò che sopravvisse dell’alta borghesia cittadina e la curia chiamarono a raccolta grandi architetti dello stile eclettico, per cimentarsi nel perfezionamento dei primissimi impeghi del cemento armato coniugando la nuova tecnica con la restituzione del decoro a palazzi privati ed istituzionali, rimanendo nei ranghi dei canoni antisismici.

La ricostruzione del Duomo cominciò nel 1923: solide mura perimetrali, un nuovo tetto in capriate lignee come vuole la tradizione e un’anastilosi il più possibile simile all’impianto medievale. Questo l’obiettivo del responsabile del progetto Francesco Valenti, che sacrificò ciò che sopravvisse dei successivi decori barocchi. Il vescovo Angelo Paino, però, sognava in grande e per le parti interne voleva qualcosa che raccontasse il legame della storia di Messina con le sue devozioni, un ciclo di mosaici che raccontasse di questi elementi legati a doppia mandata.

Le bianche nudità delle mura sono state affidate a Rodolfo Villani e all’artigiano Evandro Monticelli: a loro l’impresa di decorare 6000 metri quadri di superficie. Rodolfo Villani, romano, è uno degli artisti che nel ventennio fascista ricevette grandi commissioni pubbliche di pittura murale, tra cui un paio al Ministero dell’Educazione nel 1928. L’anno seguente, in concomitanza con l’inaugurazione della chiesa del 14 agosto nel 1929, cominciò il suo progetto siciliano sotto supervisione di una commissione tecnica che ne avrebbe valutato l’estetica, la narrazione e la conformità di stile con i mosaici presenti negli absidi. Neanche a dirlo… i lavori furono bloccati la prima volta in sede progettuale, la seconda volta quando la posa in opera era già iniziata e parte del Duomo era già stata decorata. Il comitato tecnico nominato dalla direzione generale Antichità e Belle Arti del Ministero dell’Educazione Nazionale, nel 1930, boccia in mosaici già installati che ritiene non confacenti alla dignità artistica dell’edificio: le immagini ieratiche dai contorni marcati di Villani vengono distrutte. Alla notizia del fallimento dell’artista romano, sono molti gli artisti che si propongono da tutta Italia. Notevoli sono i bozzetti di Amedeo Bocchi, ancora oggi custodite nelle sua collezione parmense, nei quali si possono evincere tenacia e impegno. La scelta dell’arcivescovo Paino ricade comunque su di un altro artista: Giulio Aristide Sartorio.

Romano di origine piemontese, Sartorio era un artista poliedrico che spaziava tra una disciplina e l’atra con grande passione. Per lui l’idea di cimentarsi in una nuova tecnica, fu motivo di grande gioia. Da quando il patto con Monsignor Paino si chiuse decise di firmare in ogni suo documento “Giulio Aristide Sartorio, Maestro dei mosaici del Duomo di Messina. Era uno dei maggiori esponenti del simbolismo italiano, subì le influenze di Gustave Moreau e dei preraffaeliti, e il compito di portare avanti questo progetto in solitaria non lo spaventò, anzi non era nuovo a grandi incarichi pubblici: quando giunse in riva allo Stretto aveva da poco concluso il fregio del Parlamento a Montecitorio.

Esattamente il 16 settembre del 1930 Sartorio firma il contratto per l’esecuzione della decorazione musiva impegnandosi a consegnare i bozzetti nel gennaio seguente, ed entro 3 anni i cartoni per la trasposizione su parete.

Il programma iconografico gli era completamente ignoto, tutte le storie e le leggende della wish list dell’Arcivescovo gli erano sconosciute. Senza demoralizzarsi si cimentò nello studio di fonti locali, appassionandosi alle leggende che aleggiano sul periodo dell’assedio angioino del Vespro Siciliano, di Dina e Clarenza e della Dama Bianca, alle mille storie di devozione tra cui quella della Lettera indirizzata dalla Madonna, patrona nella città. Le lettere scambiare con Mons. Antonio Barbaro, segretario di Paino, lo informano frequentemente del suo impegno costante, per quanto lento.

L’alto prelato voleva ritmo, musica e cerimonia, incluse anche la rappresentazione delle Litanie Lauretane* alle sue richieste. Nella navata centrale ci voleva anche un po’ di autocelebrazione, ovviamente: come fosse uno dei modestissimi committenti che troviamo nelle pale d’altare antiche, l’Arcivescovo richiese che nella navata centrale andasse celebrata la ricostruzione post terremoto della città ad opera dello stesso. Sull’arco trionfale sarebbero campeggiati invece il Redentore tra San Luca e Antonello da Messina.

Giulio Aristide Sartorio con grande dedizione lavorava giorno e notte al suo progetto con tutte le forze che gli restavano, che pian piano, però, si affievolivano sempre più: nel 1930 ricevette la diagnosi di un tumore al fegato che progressivamente lo debilitò sempre più. Solo nel 1932 vengono sottoposti al giudizio della commissione 13 bozzetti su carta a china, tempera e olio e 36 cartoni dipinti su tela che raffiguravano l’episodio dedicato alla controfacciata. I bozzetti furono approvati, i cartoni purtroppo no: i tecnici trovano la figura di Maria troppo esile rispetto al coro di angeli che la circonda ed i colori troppo accesi e disarmonici. Correggendo morirà nel 3 ottobre del 1932 lasciando l’opera incompiuta.

Cartoni e Bozzetti sono ancora oggi gelosamente custodite nel Seminario Arcivescovile di Messina, opere che ci permettono di godere degli ultimi sforzi creativi di un artista che non ha mai smesso di acquisire ispirazioni e tendere al miglioramento del proprio stile, non si è mai sentito arrivato o sommo fino alla fine dei suoi giorni. Contraddistinto da grande umiltà, Sartorio ha creato un universo illustrato in cui la città vi si poteva riconoscere, notare coi propri occhi la sua grandezza di secoli, nonostante le fatiche subite.

Lo stile è fluido, dinamico, modernissimo. La gamma di colori rispecchia quella dei grandi cicli musivi dell’antichità bizantina, ma sceglie con attenzione quali egli stilemi medievali adottare. Conferma il fondo oro e le iscrizioni esplicative ma li fonde con note di contemporaneità come i ritratti estremamente espressivi dei volti e gli eleganti grafismi della pittura simbolista.

Della controfacciata abbiamo opere in scala 1:1 che permettono di renderci conto della effettiva resa di questa impresa. Il soggetto raffigurato vedeva al centro della composizione la Vergine Maria, ai suoi piedi la rappresentazione dei Santi e i maggiori devoti cittadini che le rendono omaggio da un lato, dall’altro i superstiti del terremoto del 1908 che si rivolgono a Lei per chiederle protezione, in alto un coro di angeli intonano celestiali canti. Maria accolta in una mandola, come nelle pale d’altare del gotico internazionale, è una figura esile dal capo rotondo, fasciata in un abito rosso, una fiamma della speranza, sinuosa e con lo sguardo rivolto in basso ai suoi fedeli, il volto giovane potrebbe essere quello di una ragazzina qualsiasi, reale ed eterea contemporaneamente. In basso alla sua sinistra tra le macerie della città distrutta una donna scappa spaventata con il suo bambino in braccio, riprendendo pose che ricordano il rinascimento romano di Raffaello. Un’altra donna col capo chino alza solo lo sguardo per osservare lo splendore della Madonna, mentre accompagna con una mano sulla spalla un ragazzino al cospetto della Santissima.

Interpreta con grande libertà le raffigurazioni di storie e leggende cittadine creando armonia e continuità tra sacro e profano, rappresentato con uguale gusto di cronaca e dignità. Le scene di guerra hanno una composizione dinamica e articolata che non risparmia accenti paesaggistici mentre mostra l’azione concitata dei personaggi, come la scena delle eroine del Vespro, Dina e Clarenza, del quale è evidente l’ardore con cui respingono l’attacco francese. Il transetto, come una cappella quattrocentesca, doveva essere tempestato di riquadri delle storie di Cristo dominato dall’incoronazione della Vergine da un lato e morte e Assunzione di Maria dall’altro. Tra le storie della Passione di Cristo un altro dettaglio fa in modo che gli occhi dello spettatore si strabuzzino: tutti i personaggi sono abbigliati all’antica con panneggi aderenti di toghe mosse dal vento, gli aguzzini del figlio di Dio, i soldati, sembrano abbozzati con una divisa militare paragonabile a quella del XX secolo, con elmi e cartuccere simili a quelle dell’esercito della prima guerra mondiale o, in altri disegni, somiglianti a elmi spagnoli del 1600 circa.

Subito dopo la morte dell’autore questi suoi ultimi lavori furono concessi in prestito dalla moglie per la personale commemorativa del 1933 tenutasi a Villa Borghese a Roma, da allora non furono più esposti tutti insieme. La gran parte dei cartoni fu assemblata nel cortile del seminario arcivescovile solo nel 1957, in occasione di un ordinazione sacerdotale su richiesta di Paino. Una foto ci aiuta percepirne dimensioni e imponenza.

Ma i mosaici furono più realizzati?

Si, ma visitando il Duomo di Messina non li troverete a causa di un’ulteriore storia triste. Alla morte del Maestro Dei Mosaici il progetto subì una fase di stallo, interrotta nel 1933 dalla nomina di Giulio Bargellini, artista fiorentino pratico di committenze pubbliche. Riuscì nella posa in opera delle Litanie Lauretane della navata sinistra e nella decorazione della controfacciata, eludendo completamente i controlli di conformità ai bozzetti di Sartorio. Infatti sulla grande parete di ingresso, a differenza di quella di Giulio Aristide in cui la protagonista era la Vergine, campeggia la Trinità con il Crocifisso tra i Santi Messinesi. Lo stile torna ieratico come le sue pitture murali, ignora completamente l’innovazione e lo studio del suo predecessore.

Anche Bargellini morì improvvisamente durante i lavori. I suoi mosaici, inaugurati nel 1935, furono distrutti dal bombardamento della chiesa del 13 giugno 1943… e, detto tra noi, meglio così: Bargellini non reggeva proprio il confronto con l’inventiva compositiva dinamica ed elegante di Sartorio, secondo me.

In occasione del Giubileo del 2000, fu decorato l’arco trionfale come da progetto di Giulio Aristide Sartorio.

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*Canti praticati nella maggior parte dei casi alla fine della recita del Rosario, dedicati alla supplica della Madonna. Prendono il nome dalla città di Loreto, città sede del Santuario in cui questa preghiera fu resa nota a tutti i fedeli.

Bibliografia:

  • Conversazioni D’arte in Sicilia – 2018, saggio di Virginia Buda – La complessa vicenda della decorazione musiva per il Duomo di Messina
  • I Bozzetti di giulio Aristide Sartorio per i Mosaici della Cattedrale di Messina – 1998 – Arcidiocesi di Messina, Lipari, S. Lucia Del Mela
  • http://www.lescalinatedellarte.com/it/?q=node/1712

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