Leggere “Dux” come Bene Culturale

Vorrei cominciare questo mio post con una nozione che sarà necessario sia ben chiara durante la vostra lettura, integralmente presa dal sito della Camera dei Deputati: si tratta della definizione di Bene Culturale secondo la legge attualmente in vigore.

In base all’art. 2, co. 2, sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli artt. 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà

Qualche giorno fa ho letto un articolo che ha innescato un sacco di dubbi nella mia mente, questo

Si tratta di un DUX a caratteri cubitali che è magicamente comparso sul costone di roccia che domina Villa Santa Maria, un piccolo paese del chietino. Si, calmatevi! Non cominciamo a scaldare gli animi fin da subito! So benissimo che non è stato un fortuito ritrovamento ma è stata una idea del sindaco quella di ha volerne ripristinarne la fruizione, finora negata da delle incrostazioni causate da alcuni lavori edili nelle vicinanze. Come già saprete si sono attivate subito polemiche da parte dell’opposizione politica, spaventata dalla previsione di una fiumana di filofascisti in pellegrinaggio per vedere una scialba scritta sulla roccia, come se fosse un capolavoro realizzato con una tecnica avveniristica motivo di vanto e orgoglio per quella minoranza, che, purtroppo non si può evitare di percepire, sia in aumento in questo periodo. Chiaramente i democratici di sinistra opterebbero per la distruzione o la ricopertura. Né tanto meno il sindaco ha fatto segreto di voler sfruttare turisticamente questa “attrattiva” per incrementare l’incoming del suo comune. Ed ecco qui un caso mediatico perfetto per ogni giornalista che dimentica l’etica del suo lavoro per inseguire battibecchi e tirate di capelli, non curandosi di cosa sia meglio comunicare e cosa no di questa storia.

Ho utilizzato Instagram per confrontarmi con voi, per capire come poter parlare di queste lettere a caratteri cubitali senza metterci di mezzo ideologie, invitandovi alla neutralità per provare a veicolare attraverso quei caratteri il giusto messaggio, l’unico scevro di opinioni personali: è un bene culturale!

Con mio rammarico pochi sono riusciti ad essere super partes: la gran parte di voi ha affermato che se merita di essere cancellata dalla faccia della terra quel effige, andrebbe distrutta ogni architettura fascista, un’altra percentuale inneggia alla distruzione con le fiaccole in mano.

Ai primi mi sento di dire che un edificio postale, un ufficio comunale, una schiera di case popolari, non hanno affatto lo stesso impatto di un 6×3 pubblicitario su una strada statale. Ai secondi dico: distruggereste un graffito propagandistico di epoca romana? E uno degli acronimi risorgimentali VIVA VERDI? Si, ha lo stesso valore!

Uno degli spauracchi del periodo storico attuale è quello dell’apologia del fascismo, dalla quale, comunque, ricordiamo, ci protegge la legge Scelba n. 645/1952

«quando un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.».

Credetemi, a nulla è servito scalpellare il viso della regina faraone Hatshepsut o distruggere gli idoli pagani, la loro memoria ci è arrivata ugualmente. La damnatio memorie, come ci insegna la storia stessa, non funziona, danneggia soltanto dei beni culturali, che oggi ci sembrano solo brutture ma in un futuro potrebbero essere fondamentali per ricostruire tasselli del nostro passato.

Ora proviamo a pensare solo al fatto che quel murale esiste, è stato riportato alla luce e in quanto “testimonianza di valore storico” non può essere toccato né strumentalizzato, ma conservato come (passatemi il paragone) un oggetto vintage: immaginate di trovare nel cassetto dei nostri nonni una loro fotografia da bambini vestiti da figli della lupa, oppure scoprire nella loro credenza una tazza sul cui fondo è stampigliato Made in URSS: sono imperi passati, periodi storici importanti per questo e quel paese, ma che non torneranno.

Il valore didattico e commemorativo che racchiude quel latinismo è un messaggio che parla di dittatura, di assoggettamento politico, di invasione totale della vita privata, familiare e comunale; la quotidianità di ogni individuo durante il ventennio fascista era bombardata da ideologie imposte, propaganda e celebrazione di una grandezza illusoria e nostalgica, un esistenza in cui era impossibile esprimere un’opinione differente da quella del regime. Il reale significato di quel opera di nessun valore estetico è esclusivamente un memento, è una parola che in realtà parla di un dittatore, non di un padre della patria. E’ più chiaro adesso?

La domanda specifica che avevo posto a i miei follower di Instagram era: qual è secondo voi la migliore strategia di divulgazione per testimoniare un epoca attraverso questa insegna? Come può essere comunicato il disaggio del perenne tartassamento propagandistico, tipico di una dittatura? Perché se riusciste a distaccarvi da simpatie ed antipatie per Benito, andrebbe assimilata più al muro di Berlino che ad un icona sacra.

Al giorno d’oggi, sono italiani i migliori innovatori in campo di ricerca, restauro, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, e credo siano capacissimi di veicolare il giusto concetto al pubblico. Il bistrattatissimo ruolo del divulgatore, è fondamentale per indicare la chiave di lettura di tracce dei secoli trascorsi, come di incomprensibili opere di arte contemporanea. Solo chi possiede le giuste competenze riesce ad illustrare la reale valenza di un reperto del genere, accompagnando fino al reale messaggio, ed indicando all’occhio del pubblico la corretta direzione in un cui guardare. Vi accorgerete così di non aver paraocchi o condizionamenti, ma vedrete molte più sfumature di quelle che possono percepirsi dalla sola superficie.

Concludo parafrasando barbaramente Cecco Angiolieri:

S’i’ fosse nel sindaco non mi vanterei tanto dello novo pezzo di corredo dello mio paese

S’i’ fosse del Partito Democratico di lor non mi curerei

S’i’ fosse un giornalista, non avrei inserito la notizia nella sezione politica

S’i’ fosse Adriana, come sono e fui, la valenza storica ne divulgherei.

Se questo articolo vi è piaciuto talmente tanto da arrivare a leggere queste ultime righe, lasciatemi un commento nel caso vi interessi un approfondimento. Vi ricordo inoltre che potrete seguirmi su instagram e facebook e se mi riterrete meritevole del vostro sostegno, potrete offrirmi un cappuccino su Ko-fi . A presto!

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